A UNA NIPOTE

Avevano detto che i tempi sarebbero cambiati. Molto presto. Ci avevano rassicurato: tranquilli, passerà. Avevano proclamato una nuova misura per nuovi, rispettivi, pesi e avevano forsennatamente richiesto l’aiuto e il supporto unanimi. Ma se, invece, il tempo passa, e passano i terremoti, come le guerre e le bombe, cosa ce ne facciamo ancora delle rassicurazioni? Mica poche, o fatte male. Tante, tantissime. Quotidiane, che dico, orarie. E cariche di eco fino all’osso. Lo Stato, l’hanno scritto, è corrotto. Corrotto il Capo, corrotto i figlioli, corrotti i membri di un Parlamento che di buono ha solo il nome. Sì, perché Parlamento etimologicamente vuol dire parabolamento. Il processo della parola che in fieri diventa azione tramite le leggi. Il Parlamento, questo lo sa anche un bambino, rappresenta i cittadini, e lavora, confessa le sue vedute, le espone, discute, s’incontra e si scontra. Alle volte si picchia, poi deve raggiungere una sintesi. Ebbene quella sintesi arriva a noi per mezzo delle decisioni prese, e diventa, non in maniera irreversibile, cambiamento, regolamentazione, intervento pratico.

Non si sa quanto durerà ogni procedimento. Ogni procedimento è come il costo di ciascuna collana presente sulle baracche a Campo de’ Fiori: variabile. E non c’è niente da fare, perché le regole si sconvolgono per ottimizzare, allungare, diluire, il più possibile, il tempo con le opportunità. Tempo e opportunità non sempre vanno d’accordo, però. Alle volte nel Parlamento capiterà che s’incroceranno senza neppure un saluto, altre che si daranno la mano o si sbatteranno la porta in faccia, con diplomazia. E se c’è anche una porzione di politicamente-corretto, è meglio. Corretto con cosa? Con del whiskey, grazie. Prego, torbato? Torbato, sì.  Turbato, meglio. Tanto per dire. Turbati, lo siamo tutti, anche se non ce ne accorgiamo. Il Papa, persino lui, è turbato. Lo è Rutelli, Formigoni, Alfano, Berlusconi, Bersani. Lo è anche Vasco Rossi. Dal primo all’ultimo, lo siamo tutti. Anche mia nipote è turbata. Strilla come un ossesso, senza che ci sia un motivo vero, reale intendo. Mi hanno rubato la caramella o l’amichetto del nido mi ha strappato i capelli, questi sono motivi per cui piangere. Lo erano. Oggi si piange. Perché? Ahhh, non so. S’è svegliata male stamani. Forse le fa male la pancia, o è colpa di un dentino che spunta come una piantina di pomodoro in una piantagione di pomodori. Saprebbe dirlo. La parabola, la parola non le manca affatto. Allora, cos’hai, bella de zio? Nessuna risposta. Piangi, piangi, ché poi ti stancherai. Distrattamente uno direbbe così. Ma se guardi bene, se guardi intorno, e ascolti ciò che si sente, vedi che la spiegazione c’è. Eureka. Esiste.

E si chiama tensione. Tesa la madre, teso il padre, tesa la zia e la sorella, era tesa pure quella, la famiglia dei tesòn. Una canzoncina che m’insegnarono qualche, non troppi, decenni fa. La tensione che respira questa figlia di Dio è percepibile al tatto. Scorre sulle mani, nella vene. Pulsa. Tensione pulsante. Che vive. Che uccide. Dobbiamo darci una calmata, ragazzi. Non lo dico per me, lo dico per noi. Per lei. Fate un bel respiro. Datele aria. Date ai vostri figli il mondo che non vedete. Ricompattiamo le priorità. Domandiamo. Chiediamo. Informiamoci. Ma non troppo. Il resto facciamolo. Paraboliamo. Confrontiamoci. Piccola, preferisci pesce o carne? Il parco o il mare? Il monopattino o la bicicletta? Lei risponderà. Parabolerà. Deciderà con i suoi tempi e col varo delle sue opportunità cosa è meglio per sé, per gli altri. Sappi, tesoro, che se scegli il monopattino, la bicicletta si arrugginirà. Lei ora lo sa. E deciderà per sé, e per gli altri. Ok, hai scelto la bicicletta, ora sappi che per farla funzionare devi pedalare. Così abbiamo scelto la democrazia. Sapevamo tutto. O no? Ci dissero che i tempi bui erano morti. Uccisi, ammazzati. Tra loro, l’hanno fatto. Fratelli contro fratelli. Padri fascisti contro figli partigiani. Madri contro se stesse e contro tutti, quando iniziarono a parlare, ché prima manco esistevano, se non per cucinare, procreare e sistemare. Poi, tutto a un tratto, quei tempi cambiarono davvero. Dovete farvi valere, crescere nella società, studiare, ribellarvi, dire che, no, non si può subire una condizione di svantaggio perenne. Donne siete, e donne rimarrete. Ma raggruppatevi, ché l’unione fa la forza, ragazze. Dite al mondo che l’utero è vostro, e che di feci e di feti ne fate quello che volete. Anche sbatterli in faccia nelle piazze. Nelle agorà fatte di uomini che fumano e parlano, parlano e fumano. Ora potete farlo anche voi. Sedete qui, è comodo, è un posto di lustro. Se studi, è tuo. E sistemati, fatti bella, puoi permettertelo. Puoi garantire, donna, un futuro diverso. Quote rosa le chiameranno. Diritti paritari. Due aghi per una bilancia. Due pesi per una misura. E tu pesi, donna, altro se no. Per tre: sessanta, novanta, sessanta. Ma solo dove contano. Il resto, meglio di no. Meglio novanta, sessanta, novanta. Lì dove brilla tutto, e brilli tu. Attenta, è un sole che abbaglia quello, e può farti diventare cieca. Attenta ai lupi, bella di zio. Attenta a te, ché non ci vuole niente a diventarlo. E quando ti chiameranno squalo, come ti avevano chiesto di diventare, sarai un’ingrata, sterile, improduttiva. Attenta, se non vuoi che accada questo: svegliarti una mattina e guardarti allo specchio brutta. Brutta come non lo sei mai stata.

Ma mia nipote tutto questo non lo sa. Con molta probabilità lo imparerà presto. Le diranno piangi, se il motivo c’è. Se il motivo non c’è, o gli altri non lo vedono, sii tesa. Tieniti in cuore tutto quello che puoi. Pensa tu come fare ad annientarlo, quell’odio. Pensa tu come fare a riciclarlo. Poi, però, fa’ un bel sorriso, e di’ cheese. Ti hanno immortalata, bella mia. Ora non hai scampo. Ora questa diventerà la cartina al tornasole quando invecchierai e ti diranno com’eri bella. Eri. Poi cambierà il tuo seno – il metro del tuo esserci – crescerà, quando svilupperai, diminuirà e si incartacresperà, quando tanto-magro vorrà dire bello, si rigonfierà per il siero e per il latte, se partorirai, e infine scenderà per quella che maledirai per il resto dei giorni tuoi: la forza di gravità. Se fossi Eva, non faresti caso a queste cose. Penseresti a mangiarti il tuo tozzo di mela proibita. Penseresti al modo per fotterlo, Dio. Zoccola Eva, ti diranno. Ma adesso è diverso. Eva è morta che aveva quasi mille anni, dice Josè (Saramago, ndr). Tu non ci arriverai. E neppure io, anche se sono un maschio. Bella di zio, tu non lo sai, ma c’era un tempo in cui la parabola voleva dire parola, e non stronzata. Voleva dire azione. Voleva dire che si poteva dire. E una cosa che si può dire è sempre una cosa migliore.

Ora dormi, bella di zio. Dormi e piangi. E scegli. Scegli sempre. Anche quando ti diranno che di scelte non ne hai. E se non le vedrai, tu, allora, creale. Inventale, scoprile, sognale. Non demordere, vedrai che usciranno fuori da qualche sacco d’immondizia, le troverai in una cesta rotta, ti chiameranno da sotto un letto disfatto. Guardati intorno, di donne è pieno il mondo. Tutte uguali, tutte diverse. Vedrai, se osservi, che avranno il tuo sguardo, le tue inclinazioni, le stesse rughe. Guardale, amore mio. E specchiati. Ci saranno quelle cattive, quelle buone, di mogano, di cemento armato, sante, peccatrici, voluttuose e pie, ci saranno malate e sane, inermi e viaggiatrici, piagnucolose e sorridenti, presidenti e inservienti. Ma tutte, amica mia, se guardi a fondo, avranno in sé il buon tempo di luglio e le piogge di novembre. Avranno i nubifragi e gli tsunami, avranno il sole e le lune. Tu cercale. Scopri, amore di zio, scopri finché puoi, e poi spiegami perché piangi ancora.

Informazioni su Elisa Mauro

Scrivo, dunque vivo

Pubblicato il giugno 25, 2012, in cultura, Uncategorized con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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