I L V A

Lo ricordo come fosse ieri. O forse lo era, ieri.

Chiavi nel pertugio d’ottone della porta in mogano a costine grosse e scure fanno fatica a girare, vuoi perché fa caldo, non più di tante estati qui, vuoi perché si è stanchi a quell’ora della notte. Anche se si ha il mare di lì a poco.

Chi lo vede il mare più, d’altronde? Non certo lui. Lui si alza presto che ancora è buio. Poi torna a casa che il sole è altissimo e l’afa agostiana comincia a fare qualche vecchia vittima. Oppure capita che si riposa e dopo due ore, un pranzo dai profumi mediterranei, qualche litigio in famiglia, si mette in macchina col sole che cuoce, e cuoce pure la rabbia, la rassegnazione. Da poco si è ricominciato a lavorare, la cassa integrazione protratta per dodici mesi ha acuito un senso di insoddisfazione e di frustrazione che potrebbe bastare a più di qualche vita. Non si regge più il caldo, e una volta arrivati lì, si saluta qualche amico, i soliti noti dei settori più frequentati, poi un giro di ciao ai periti, colleghi veri, del reparto elettronico, se c’è tempo, un caffè prima di timbrare, altrimenti è necessario indossare subito una tuta grigia, come grigio è il cielo sopra, senza segni di riconoscimento, senza distinzioni. Il panino con la mortadella imballato come si fa ogni giorno coi pezzi di ferro, ma alla meglio nella carta che fa pubblicità al panificio del paese dove abita quasi costretto da vent’anni, lo pone nell’armadietto, dove c’è un po’ di tutto, alcune foto, una vecchia tessera di partito, motti scritti a penna con una calligrafia che abbaglia per quanto è precisa. Stralci di una vita, neanche troppo lunga, che ti fanno ricordare che ne hai fatte di cose. Sei stato pure in Iran, lì sì che era bello, pensi ogni volta. Tiri la zip della tuta fino al collo, al pomo d’adamo, per ricordarti che la testa è fuori e tua e che solo il tuo corpo è loro. Davanti non sei nessuno. Dietro, se ti giri di spalle, chiunque può sapere chi sei. Un altro operaio dell’Ilva. Il tuo nome è irrisorio. Di Giuseppe ne è zeppo il mondo. Perfino il padre di Gesù si chiamava così. Un nome così diventa anche più utile, se ci abbini un’imprecazione di tanto in tanto per ricordare che tu non sei quello lì. Che con l’amico di Dio tu non hai niente da spartire. Quello si ricorda degli amici quando dice lui. E tu non ne fai parte. Più. Stop. Te ne se fatto una ragione da quando ti hanno detto, senza mezzi termini, che non ce la farai.

Nei giorni a seguire, complice del caldo una chemio terapia che serve a ristabilire sommariamente  la speranza per gli altri e ad ammazzarla definitivamente per te, girare la chiave nel pertugio diventa sempre più difficile. Non ci riesci. E allora, se sono in casa, e sento quei rumori sordi che premono contro un nido ormai contaminato, apro per primo. “Ciao, papà. Stai diventando vecchio”. Sorrido, lo aiuto, gli afferro il borsello. Lui ringrazia. Per aver aperto quella porta così difficile da aprire e per avergli ricordato che vecchio, lui, non ci arriverà mai.

Voleva fare anche il sindacalista. L’aveva detto. L’aveva scritto. Fiom, diceva. Diceva che avrebbe parlato a nome di tutti, che niente avrebbe dovuto nascondere la coltre di merda che mal si celava davanti agli occhi di migliaia di operai. Il resto della vita non vedeva. Ma doveva sapere, diceva lui. Che quello è l’inferno. Che lì ci ha visto morire ragazzi, non più giovani e amici. Anche quando si doveva dire che l’infortunio non c’era. Infarto, infarto era più plausibile.

La sicurezza sul lavoro, i guanti, i caschi, le tute speciali facevano sembrare le cose migliori. Come se corazzare il corpo potesse servire a scongiurare il peggio.

Si muore. Ma lui non diceva mai meglio morire di tumore che di fame. Mio padre diceva che col cazzo voleva morire. Col cazzo voleva morire di tumore.

Le chiavi sono ossidate dai tentativi. Ci riprova sempre con minore forza.

Dall’Ilva all’ospedale il tragitto era breve. Grazie a Dio non doveva far caso al traffico, né ai semafori. Si andava dritto e qualche metro più in là si svoltava, il tempo di fermare lo sguardo sul guardrail diventato rosso rame, e pensare, “come il mio sterno”.

Lo pensavi eccome, ché tu di tumore col cazzo che ci volevi restare.

E allora mettiti nei panni di chi rischia di perdere il lavoro. Fatto. Mettiti ora nei panni di chi rischia di morire tra pochi mesi. Fatto. Sicuro? Sì. Pensi ancora che tutti abbiano ragione? Sì. Facile così, non porta da nessuna parte. La ragione versa sempre del liquido in eccesso da qualche parte per risparmiarlo da un’altra. La ragione non è equa. Lui lo sapeva bene che la ragione non è mai parzialmente distribuibile, che o si comportava da operaio o si comportava da malato terminale. Entrambi no. E allora giusto un attimo per capire, per dormire, se il caldo permette e il dolore pure, per pensare a come sarebbe stata la vita se si fosse nati altrove, se avesse accettato quell’incarico lì, in Iran. Forse saremmo tutti vivi. Lo sarebbe anche sua moglie, che poi, guarda tu il caso, si chiamava Lucia. Non Maria, la consorte di Giuseppe. Lucia. Un’altra cosa. Ché lei in certe faccende soprannaturali non ci voleva proprio entrare. E, sì, faceva la casalinga, ma solo perché lì il lavoro alle donne non è consentito manco niente, se non quello di commessa, di titolare di una gioielleria, d’insegnante. La donna d’ingegno lì manco a parlarne. Poi era una biologa, quindi figurarsi!

Il pertugio di quella porta non spinge più contro le sue chiavi, non ostruisce alcun passaggio da anni.

Indossavi senza andarne fiero una tuta grigia. Lì ci leggevi ogni giorno la tua vergogna, per te e per noi. Sapevi che tutto si sarebbe concluso, prima di noialtri, sapevi che tu, no, col cazzo che volevi morire di tumore. Tu di lavoro sapevi che nessuno doveva morire. E dicevi sempre la verità.

Sai quanto è valsa quella verità?

500 euro.

Malattia professionale, vittima di amianto.

Inail ingoia il boccone amaro, e dice sì, che lo sei stato. Che t’hanno ammazzato. Il valore della verità è un’altra cosa, però.

A chi difende l’industria sapresti bene cosa dire, a differenza mia che di te non so quasi più niente.

A chi difende l’Ilva, tra ministri, onorevoli, imprenditori, presidenti della repubblica e papi, diresti di andarci per un’ora nell’Ilva. Di viverci per trent’anni nell’Ilva. Per vedere andare via gli amici più cari, la tua famiglia, per vedere morire chi doveva solo andarci a lavorare. Per vedere volare mazzette e buste sigillate. Per vedere le minacce che volano, e voli tu, se non le rispetti. Per vedere quanto è triste il diniego del vero. La sua mortificazione. Quanto vale la tua verità lì? Di più? Non esiste niente che possa ridare valore a quelle battaglie, ai pugni sui tavoli, alle lacrime e alle botte che non hai risparmiato a te stesso. Chi ti ha ammazzato, in fondo, sei stato tu. La scelta che non avresti dovuto fare mai. Per te, per gli altri. Così ti hanno convinto.

Poi spiega a quanti difendono i tempi rapidi di queste decisioni che sei morto da dieci anni, che prima di te ne sono morti tanti, uomini, donne e bambini, che il piombo nel piscio lo si vedeva già diverso tempo fa, quando noi bambini eravamo controvoglia portati negli ambulatori per fare le analisi, ché volevamo giocare ancora a nascondino.

Dì loro cosa si perdono se non dànno occasione a se stessi di cambiare, di veder crescere un territorio che non è nato nella merda, ma di merda lo è diventato. Spiega che le istituzioni nient’altro sanno se non parlare coi riverberi. Che finché c’è Ilva c’è lavoro. Stronzate.

Spingete i giovani migrati a rientrare. Dite loro che ora tutto è cambiato. Lì non c’è più l’Ilva, c’è una New Valley dove studiosi e appassionati scrivono, concepiscono, costruiscono il presente, ché il futuro è già passato. Dite a questi ragazzi che è tempo di rientrare. Dite alle donne, alle giovani donne, come quelle che hanno in mano il destino dei sequestri degli impianti, e a cui la nostra stima si somma all’infinito, che se hanno dovuto studiare e mantenersi gli studi è perché la società ha imposto loro di farsi uguali e tali agli uomini. Il lavoro per voi ora non è solo un sogno. Ora che siete uguali e tali a quelli, dovete venire qui, perché qui c’è bisogno del vostro senso, della vostra abilità. Le vostre sensibilità. Accorrete donne, l’Ilva, la fabbrica degli uomini, non c’è più. È morta. L’hanno uccisa le vittime dell’amianto, i bambini immolati di famiglie che non sapevano perché o non volevano saperlo, le donne ammazzate da una pancreatite fulminante. Dite che Taranto ora ha aria buona, che le cozze si possono mangiare, che la frutta non è alla diossina, ma alla frutta. Dite che nel mare ci si può immergere, che l’acqua è salubre e profuma di timo, e non di morte. Dite che potete galleggiarci sul mare senza sentirvi come lo stronzo che vi è passato accanto a un centimetro di distanza.

Poi non dite più niente.

Ma sentitevi vivi.

Informazioni su Elisa Mauro

Scrivo, dunque vivo

Pubblicato il luglio 30, 2012, in cultura, Internazionale, nazionale, politica con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 13 commenti.

  1. Be’, struggente… grande, Ilnero!

  2. Per quanto mi riguarda sono nelle tue mani… bellissimo pezzo…

  3. Trascinante, ma troppe parolacce disturbano. La realtà è già grave abbastanza, non servono anche quelle, secondo me.

  4. Ti assicuro che distribuire ‘cazzi’ in un testo non fa spiccare, tantomeno aumentare, la sua connotazione sociale. Niente di politico 🙂 Grazie a te per la lettura, cari saluti.

  5. Una delle migliori cose che ho letto ultimamente.

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